Un falò sulla strada del faro

Un falò sulla strada del faro – Patrizia Lotti

I nomi, almeno alcuni, di questo racconto, sono veri,  così come l’ambientazione. Ma la vicenda è del tutto inventata.

Dal mio posto  vicino al finestrino osservo il paesaggio e lo scompartimento. Nuovo, pulito, il treno corre verso Padova. Chissà cosa ci faccio su un treno per Padova a giugno. A giugno i Lotti vanno al mare, non in Veneto.  Ma mia sorella parlerà ad un convegno di non so più quale strana malattia neurologica dei cani e  mi ha proposto di accompagnarla. In realtà non era tanto convinta neanche lei. Va bene il lavoro, ma a giugno  si va al mare. E sul Ligure, non certo sull’Adriatico. A Torre del mare, naturalmente, davanti all’isolotto che chiude e protegge il nostro golfo da sempre.

Comunque, eccomi qua, su un treno per Padova a giugno. Quasi pirandelliano

«Mi spiace»

Una signora  appoggia un giacchino sul sedile di fianco al mio

«Se vuole slitto di un posto», dice sorridendo. «Tanto il vagone è semivuoto.»

La guardo con un sorriso e scuoto la testa . Figuriamoci se mi disturba una bella signora elegante, con cui magari scambiare due chiacchiere.

Ma qualcosa si è mosso dentro di me. Ti conosco, so chi sei. Da dove vieni? Hai un accento che più milanese non si può, ma il Duomo e la Madonnina non c’entrano con te.

Tu profumi di mare.

Stai armeggiando con borsa e cellulare. Aspetto che tu finisca, ti sia accomodata sul sedile e comincio il mio interrogatorio. Tu non lo sai, ma io, quando comincio, sono  un panzer.  Il mio approccio è di una banalità imbarazzante.

«Che meraviglia questo treno! Più comodo di così non si può!»

« Davvero! Non sembra neanche di essere in Italia!»

Ma non lo dici con astio e disprezzo. Sembri orgogliosa di poter dire che qualcosa nel nostro paese funziona. Mi sei simpatica. Per questo e per lo strano profumo di mare che hai addosso. Naturalmente il tuo è un profumo che  non si sente con il naso, ma si respira con gli occhi e si ascolta con la mente. Continuo con i preliminari di una conversazione sempre più banale.

«Certo che trovare qualcosa di brutto in Italia è difficile.  Mare, montagna, lago…»  «Abbiamo proprio di tutto. Ma scommetto che lei preferisce  il mare.»

«Da morire! Adoro il caldo, il sole, stare in costume da bagno….»Lo sapevo. C’avrei giurato che non eri una patita della montagna. Vado diretta al punto. Non ne posso più di dire sciocchezze.

«Immagino conosca la Liguria. Da brava milanese, S.Margherita o Rapallo? »

«La stupirò con effetti speciali. Ponente. E non le dirò dove perché sicuramente è un posto che non conosce. »

Ma intanto vedo che mi guardi con più attenzione, come se qualcosa stesse riaffiorando alla tua memoria. E io ci provo.

«Torre del mare? » butto lì.

«Torre del mare? » . E d’improvviso diventi pensierosa.

«Torre del mare quando ? »

«Oh, tanto tempo fa, anni 70. »

«Mi sembrava di averla già vista da qualche parte. Mi chiamo Patrizia, Patrizia Lotti e passo le mie vacanze a Torre dal ’62. »

«Patrizia…Sbandatin, sei Sbandatin! »

Sbandatin!  Ma da quando tempo nessuno mi chiamava così?

Ci guardiamo in silenzio, stupefatte e quasi commosse, anche se io non so ancora bene chi ho di fronte, ma i ricordi che mi vengono alla mente sono tutto fuorché tristi.

«Sono Lia, la cugina di Michela e di Loris, l’amica di Luigi, Luigi  Ghezzi. Ma non ti ricordi? Abbiamo trascorso insieme un paio di estati, quando  tu hai cominciato ad uscire di nascosto con noi “grandi”. Poi i genitori di Michela hanno venduto la casa. Ma già prima ci eravamo  trasferiti  tutti in Israele.»

La Lia! Non ci posso credere. Era il  mio idolo, da ragazzina.

Alta, un fisico statuario, disinvolta, mi era simpatica anche perché non mi trattava con sufficienza, come facevano altri “grandi”.

Allora le compagnie erano rigidamente separate. I “piccoli” e i “grandi” avevano abitudini e persino luoghi di ritrovo diversi.  Per non parlare degli adulti, poi. Sotto la frasca, sulla spiaggia, un grande telone sostenuto da quattro pali robusti, un adulto non c’avrebbe mai messo piede. E se un “piccolo” occupava uno spazio all’ombra doveva lasciarlo, se arrivava un “grande”.

«Ma tu no, Lia, tu mi lasciavi stare sempre vicino a te. A te e al tuo ragazzo. Già, Loris, me l’hai ricordato adesso. Era tuo cugino? Non lo sapevo, allora. »

Stai per dire qualcosa, ma poi cambi idea. Guardi davanti a te, come se stessi cercando di fermare qualcosa con gli occhi.

Invece la mia barca ormai è salpata e ha il vento in poppa. Difficile fermarla.

«Ma ti ricordi di quando salivo sulla Wokswagen di Luigi di nascosto dai miei e tu mi avvisavi se li vedevi  passare? Giù, Patrizia, stai giù! »

Ci diamo del tu adesso, naturalmente. Il passato che riaffiora ci fa sentire vicine come allora. Penso alle strade di Torre del mare, dove passavano solo auto che si conoscevano. Io guardavo dal terrazzo di casa  e le riconoscevo tutte. Una A112  bianca era Ciccio che saliva da Spotorno, un maggiolino verde era Daniele, una Dyane bordeaux era Ermanno, una duetto blu era Roberto ( o Maurizio? O tutti e due?) e soprattutto un maggiolone grigio metallizzato era Luigi, l’amico un po’ più grande che era inconfondibile anche a Milano, con quella fascia arancione sullo spoiler anteriore . E poi, qualche anno dopo, ho avuto il mio momento di gloria anch’io, con un maggiolone nero col tettuccio bianco che resta l’unica automobile che mi piacerebbe riavere. Tutto questo, anche se con Lia c’entra poco, è arrivato come una folata di vento nello scompartimento e mi ha riportata alla Torre di tanti anni fa, che forse non c’è più, ma dentro di me è chiara e nitida come l’acqua del suo mare quando è bello. E allora lo era sempre. Anzi, per me lo è sempre anche adesso.

«Lampadin! Tu eri lampadin, nelle indianate! E Lampadina? Che fine avrà fatto Lampadina? »

No, tu non puoi ricordarti di Lampadina. E’ arrivato dopo, molto dopo di te.

Ma delle indianate e dei falò ti ricordi eccome.

Erano un rito, quei falò  in uno spiazzo sul sentiero per il  faro di Noli. La suddivisione dei compiti era rigorosa. Luigi e un gruppo  di aiutanti  che cambiavano ogni anno andavano a raccogliere la legna e la preparavano nello spiazzo, pronta per la sera; io, Roberta, Carletto e altri a turno andavamo  sempre dallo stesso macellaio di Spotorno che ci riforniva di ottime costine, salsicce, wurstel, bisteccone che Carletto esaminava con il suo sguardo da intenditore, tirando sempre sul prezzo. E’ sempre stato un fenomeno, Carletto, su queste cose. Già a vent’anni ti salutava sulla spiaggia raccontandoti il prezzo delle pesche o delle prugne al mercato di Spotorno o di Noli. Vai a capirlo…

A ripensarci, avrei dovuto invece prendere esempio da lui,  visto che non sono mai riuscita, in tutta la  vita, a ricordarmi il prezzo di un chilo di zucchero o di patate.

Poi, verso le sette, cominciava l’avventura. Si partiva a gruppi separati, alla spicciolata, ma verso le nove eravamo tutti riuniti davanti al falò  acceso. Si posteggiavano le auto sulla  strada delle Manie, si percorreva il sentiero che porta al faro di Noli e ci si fermava circa un chilometro prima, in un grande spiazzo dove ognuno aveva il suo compito e si sentiva a suo agio.

«Ecco, hai detto bene. A suo agio. Torre è sempre stato un posto dove mi sono sentita  a casa. Anche se non era casa mia. Comunque,  per certi versi un po’ lo è stata… »

Non capisco bene quello che vuoi dirmi, ma ormai il tuo profumo di Torre mi di ha quasi inebriata; non sto andando a Padova, ma sono al mare e  ho quattordici anni.

Non importa se  fuori dal finestrino vedo campi verdi o paesi più o meno belli. Io sono sulla spiaggia di Torre e gioco, malissimo, a pallavolo,  sul campo intorno alla rete sorretta dai pali che vengono piantati ogni anno dai “grandi”, vedo mio padre che esce dall’acqua con al collo un  sacchetto pieno di polipi, vedo la mia mamma che pulisce le cozze che abbiamo raccolto sugli scogli, vedo il telo rosso sul terrazzo di casa che voleva dire salite-che l’acqua-per–la-pasta-bolle, vedo le alghe che coprono la spiaggia dopo la mareggiata di ferragosto e lo spazio per gli ombrelloni che diventa ridottissimo.

Vedo le more che abbiamo raccolto al pomeriggio a Bergeggi dentro una ciotola bianca, cosparse di zucchero e qualche goccia di succo di limone. E mi vedo scendere la scala in pietra che porta sotto il portico di casa, rigorosamente riservato a noi ragazzi così come il terrazzo lo era per gli adulti.

«Lia, ti ricordi quel 10 agosto al faro? Quando abbiamo fatto il falò e sono comparse le prime chitarre? Ti ricordi di Battisti, dei Beatles e di Morandi? »

«Sì, mi ricordo.»

E abbassi un po’ la  voce.

« Vedi, per me quelle estati sono state un periodo magico. L’unico periodo della mia a vita in cui abbia provato la sensazione di  appartenere ad un luogo veramente. La storia dell’ebreo errante non è una favola. Ho abitato a lungo sia a Firenze che a Milano,  ho amato tanto la mia casa a Tel Aviv, ma non sono mai stata né milanese, né fiorentina, forse nemmeno israeliana. Ebrea, quello sì, ebrea. Ma ho sempre desiderato appartenere ad un luogo, non solo ad una tradizione. Che tra l’altro non mi dice neanche molto. Vedi, questo è stato il miracolo di Torre, della vostra compagnia, della vostra spiaggia, delle vostre estati lunghissime. Sono diventate anche le mie. Se mi potessi scegliere una nazionalità, direi che sono torremarina. »

Sei diventata sempre più  seria. Non sorridi più. Chissà perché, poi. Quello che dici è bello, soprattutto per me. Dovresti saperlo.

«Finalmente ti ritrovo! Ma non avevamo il 16/5  e il 17/5? »

Il ragazzo che ti si è avvicinato mi ha colto di sorpresa. Non pensavo viaggiassi in compagnia. Guardo automaticamente il mio biglietto. 18/6. Ha ragione lui. Hai sbagliato vagone. Ma cosa importa? Il caso ha voluto che tu dessi un senso  al mio viaggio a Padova. Sei riuscita a farmi sentire al posto giusto. Grazie.

Però sono un po’ imbarazzata. Perché non mi presenti questo giovanotto? Avrà una trentina d’anni. Alto, col naso semita, come il tuo, ma con lo sguardo più deciso.

Sembri incerta. Beh, io sono abituata a presentarmi, a dare la mano e dire il mio nome e cognome.

«Buongiorno. Sono io la colpevole. Ho distratto Lia con le mie chiacchiere e lei non si è accorta dell’errore. E poi il treno è quasi vuoto… Mi chiamo Patrizia Lotti. Io e Lia ci siamo conosciute tanti anni fa, a Torre del mare. »

«Torre del mare? Ecco perché non si è schiodata da qui! Ma sa che mia madre, quando vuole ricordare papà, non parla né di Milano, né di Tel Aviv, ma di Torre?

Sono Paolo, signora, ovviamente il figlio della sua amica. »

Le dai un bacio, mi saluti e ti allontani. Torni al tuo posto; hai parlato con naturalezza, ma sotto sotto si sentiva la tua commozione.

Ricordare papà. E’ chiaro che non c’è più, il tuo papà, ragazzo mio. E neanche tuo marito, allora, Lia. Anche se non l’ho mai conosciuto, non so perché accuso un colpo terribile. E colgo una nota di malinconia, nel tuo profumo, che fino ad ora avevo soltanto intuito. Vorrei saperne di più, ma resto in silenzio. Ci pensi tu a continuare.

«Mi sono sposata presto, molto presto. Qualche mese dopo quel falò… Avevo 20 anni, quando è nato Paolo. »

E io quattordici. Una differenza abissale, allora. Oggi un nulla. Anche i miei figli hanno più o meno la stessa età del tuo. Non hai mai conosciuto mio marito. Te ne sei andata troppo presto, prima che lui cominciasse a frequentare la compagnia di Torre. Né io conoscerò mai il tuo, evidentemente. Ma non mi sembra tu voglia parlarne.

Torniamo a  Torre, al nostro bel falò, a Michela, a Loris. Li vedi ancora?

Mi rispondi senza guardarmi, ancora con lo sguardo fisso davanti a te, come prima.

«Ogni giorno ce l’ho davanti agli occhi, il mio Loris. Non hai visto come gli somiglia Paolo?»

E io in un attimo di buio nel vagone, sotto una galleria, vedo con chiarezza l’immagine di Lia e Loris che arrivano un po’ troppo tardi al falò  del 10 agosto, tenendosi per mano, apparendo in mezzo a noi come per incanto. Allora mi erano sembrati l’immagine dell’amore appena colto, di un senso di appagamento che speravo avrei provato in futuro perché credevo non potesse che portare felicità.

«Com’è successo?», le chiedo sottovoce.

«Un attentato. Aveva 25 anni. Solo uno più di me. Poi i suoi e Michela hanno  voluto vendere la casa di Torre. Non sono mai riuscita a perdonarglielo. Ma ogni tanto racconto a Paolo dei nostri falò, delle grigliate, delle gite all’isola. E lui mi ascolta volentieri, come se sapesse che la sua vita ha avuto origine proprio lì, in un angolo appartato lungo la strada del faro, in una notte calda d’estate. Mi sembra che anche lui si senta un po’ torremarino. »

Un falò sulla strada del faro – File originale

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